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Tag Archives: wes anderson

Cinque film in 15 anni. Cast affiatati e affezionati. Un gruppo di giovani amici con una passione comune. Sentimenti sopiti e paura di crescere. Trovate esilaranti e commoventi. Un genio? Una garanzia. Viaggio tra i viaggi di Wes.

Cinema di nicchia, sguardo di nicchia. La sorte ha tirato uno strano gioco al giovane Wes, ormai quasi quarantenne: o lo si ama o lo si odia. Non lascia indifferente lo spettatore, ma per apprezzare a pieno i suoi film, è necessario entrare in sintonia con l’autore.

A metà strada tra realismo meticoloso e libero sfogo alla fantasia, la fotografia assume un tratto caratteristico e riconoscibile, capace di trasmettere calore e ironia al tempo stesso. I denigratori potrebbero ribattere che è tutta scena, che dietro ai bei colori non c’è niente e che tutta l’opera di Anderson non è che una montatura. Questa è la critica più ricorrente al lavoro andersoniano, ma è la filosofia di fondo ad essere sbagliata: non siamo di fronte all’oggettività, ci vuole una certa sensibilità, e con questo intendo una particolare visione delle cose, per capire e amare questo tipo di cinema, direi quasi unico, accostabile forse all’originalità di un Allen o un Gondry.

Facile partire dalla fotografia, l’aspetto che più colpisce al primo impatto, specie nelle ultime fatiche, Life aquatic e The Darjeeling limited. Ma scendendo nel dettaglio, ci vogliono più visioni per cogliere l’intima forza di questo universo: il consiglio è di andarsi a vedere gli esordi del regista. Il primo, Bottle rocket (Un colpo da dilettanti), precoce ma divertente, merito dei due Wilson, presenta già i segni di qualcosa di buono, ancora difficile da cogliere ma promettente. Segue poi la pietra miliare di Anderson, ovvero Rushmore, un inno alla giovinezza ma anche alla voglia fremente di crescere, in tutti i sensi, nel quale assistiamo a una ricerca di senso e di identità da parte del protagonista, Max Fischer, un buffo Jason Schwartzman nei panni di adolescente in una convincente prova, assieme alla spalla Bill Murray: si iniziano ad individuare gli approcci stilistici e tematici dell’anima andersoniana, quali dinamiche introspettive e familiari, personaggi grotteschi, gag tragicomiche, enfasi sui particolari, slow motion, caratteristiche più evidenti e approfondite nei successivi lavori.

Ne è data prova evidente in The Royal Tenenbaums, film che segna il successo al grande pubblico di Anderson, anche grazie a un nutrito cast al centro del quale spicca Gene Hackman, istrionico capo famiglia, accanto agli affezionati Murray, Wilson bros (Owen ancora una volta co-sceneggiatore), Angelica Houston e alle piacevoli novità di Ben Stiller e Gwyneth Paltrow, tutti personaggi ben caratterizzati che vanno a formare una pazza famiglia allargata. Al centro della vicenda il vecchio Tenenbaum, figliol prodigo al contrario che cerca di recuperare il legame coi tre figli all’avvicinarsi della vecchiaia, scatenando così un turbinio di situazioni tra il comico e il malinconico fino ad un epilogo imprevedibile.

Ancora una figura paterna è cardine nella narrazione sia in Le avventure acquatiche di Steve Zissou che in Il treno per il Darjeeling. Nel primo vediamo ancora Bill Murray questa volta nei panni di un improbabile quanto sorpreso padre, novello Cousteau alla ricerca dello squalo che ha ucciso il suo compagno d’avventure. Nel secondo caso il padre non si vede ma è la sua morte a far da propulsore allo svolgimento della trama, che si snoda anche qui lungo un viaggio, quello dei tre fratelli Wilson, Schwartzman e Brody che percorrono in treno la provincia indiana alla ricerca di una famiglia, di un senso e di loro stessi, proprio come tutti i personaggi andersoniani, proprio come tutti noi.

Fede