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Colmo di pregiudizi, e pronto a velarmi di tristezza di fronte alla decaduta di un regista che è stato fra i miei miti personali, e non solo fra i miei, ma ache e soprattutto di chi ama un certo modo di fare cinema, ho approcciato la visione di Grindhouse, quello frmato Tarantino, “A prova di morte”, recita il sottotitolo.

La prima impressione, mentre scorrevano i titoli di coda (molto 70s sweet 70s, come tutto il film, del resto), è stata che “a prova di morte” fosse il film stesso, non la macabra auto di Kurt Russel, anzi, a prova di “certificato di morte”, quello firmato con snob da tanti e troppo frettolosi “critici”.

Cominciamo con un piccolo preambolo, doloroso ma necessario. La localizzazione italiana, qualcosa di osceno, brutale, violento, ben più degli arti che volano nel film, delle sparatorie, degli incidenti mostrati nella pellicola.
Ormai è cosa risaputa, ma non da tutti forse: le grindhouse erano delle salette di periferia, che trasmettevano soprattutto b-movie e splatter, due film al prezzo di uno. Le pellicole arrivavano spesso rovinate, e le sale erano abbastanza squallide…il lavoro di Rodriguez e Tarantino aveva il sapore del revival: creare due film, resuscitando un genere ormai scomparso: dirigere due film da projettare insieme, graffiando e “trattando” la pellicola come se fosse davvero rovinata, adattando temi e colori a quelli dei bei tempi andati. E invece, in Italia, è stato diviso in due, mutilato. La sua stessa essenza, divorata dalle stesse persone che ce lo hanno portato. Inspiegabile e sadico comportamento. Questa, sì, è violenza gratuita.
Ecco come doveva arrivarci:

E’ un film (perchè è effettivamente un solo film) che parla del modo di vivere il cinema in certi luoghi, in certi momenti della storia recente americana…certi generi che a Tarantino hanno da sempre affascinato.
C’è il lavoro di un filologo, di un appassionato…di un Intellettuale vero, dietro Grindhouse. Recuperare un lato del cinema di genere andato perduto, conservarne lo spirito ma conferendogli dignità, impacchettandolo con la sua arte.

Molti considerano ormai Tarantino come una caricatura di e stesso, smarrito fra dialoghi sboccati, finzione e sangue reiterati, violenza gratuita, puro delirio citazionistico senza meta. Il trionfo dell’autoreferenzialità, la realizzazione su schermo dei propri feticci personali, noncurante degli spettatori in sala.
A parte il fatto che se il feticcio del regista spazia dall’amore incondizionato per le donne a quello per il rock anni ’70, da un amore sconfinato per il cinema ad una ridondanza ciclica e ipnotica di dialoghi, apparentemente solo volgari e inutili, ma in realtà studiati con cura maniacale, dai tempi alla scelta delle parole.
A parte questo, dicevo, quello che i critici di questo film, i più severi, hanno dimenticato, è che Tarantino nasce da spettatore, divorando i film della videoteca in cui lavorava.

Il suo modo di fare film ricorre, certo, ma le sue storie non sono semplice metacinema. C’è ricerca di una certa perfezione stilistica, una musicalità dei dialoghi, nei tempi, nelle squenze. Una linearità di fondo che, finalmente, si contrappone alla necessità, ormai, che tutti i registi trovano, di dover frammentare i film a tutti i costi. Tarantino era avanti, in questo, nel suo Pulp Fiction: quando ormai tutti sono finiti a calcare le sue forme, senza mai eguagliare il capolavoro del ’94, Tarantino è tornato a stilemi classici, sorprendendo nuovamente, a dare nuovo risalto ad un espressionismo visivo che sa di aria fresca: la prima metà del film è una piccola gemma per tutti gli amanti di puro intrattenimento cinefilo senza un traguardo da raggiungere, senza sottostare ai tempi di qualcun altro. E’ la libertà espressiva di Quentin che ogni volta mi lascia senza fiato, inserire una lap dance solo per il gusto di farlo, solo perchè hai Vanessa Ferlito a disposizione, e non valorizzarla sarebbe un peccato. Gli shot al pub, la pioggia che cade, i colori e le canzoni che scorrono nel Juke Box…tutto questo non è semplicemente autoreferenzialità…non è semplicemente imporre agli altri ai propri gusti, sperando che qualcuno non se ne esca con un “E chi se ne frega?”.
E’ piegare alla propria penna qualcosa di bello, ma un po’ tirato via, che c’era in certo cinema anni ’70.

E’ un ritorno al cinema come arte figurativa, come espressione sensoriale e visiva prima di tutto, che entra nella pelle, nelle ossa, con l’adrenalina che produce, l’emozione e l’ansia, il perdersi dietro i ragionamenti assurdi dei dialoghi delle ragazze, nell’ironia, senza doversi chiedere sempre e comunque “perchè?”.

Chiedersi “perchè?” rovina il cinema.

Dan

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9 Comments

  1. Vorrei aggiungere alcune osservazioni.
    Innanzitutto che il film è stato diviso in due parti in tutta Europa per motivi di marketing in quanto negli States la coppia era stata un flop. E poi cerchiamo un lato positivo, se non fosse stato tagliato non avremmo goduto di una seconda parte che comunque ha qualcosa da dire, con la splendida Rosario e i suoi piedi.
    Inoltre, il mio giudizio: molto buono, Tarantino resta un grande cineasta, con IL suo stile e le sue particolarità. Che possono piacere o no. A me sì.
    PS: Dani,so che ti rompo ma lo faccio per te…un minimo di trama ci vorrebbe. 😛

  2. Scusa, Fede, ma non capisco il bisogno di inserire la trama…a parte il fatto che in questo film la trama è prescindibile, a mio parere, e che anzi è l’osservare e ammirare il “packaging” con cui ci viene offerto, a renderlo interessante…ma in generale non capisco l’utilità!
    Anche se capisco di essere anticonvenzionale…però a me le trame non piacciono, le trovo inutili se hai già visto il film, e dannose se non l’hai visto!

    Capisco il tuo punto di vista sulla versione europea del film. A me resta il gusto di vedere i film così come sono stati pensati…non mi piace quando arte e lucro si mescolano!
    Sono un inguaribile romantico…

    Dan

  3. Sul film in sé non mi dilungo, dico solo che l’ho visto senza preconcetti e indirizzamenti critici o pubblicitari (non tanto per scelta cosciente quanto per non aver seguito il film nel suo sviluppo produttivo e distributivo), e che mi è fondamentalmente piaciuto, a livello sia di esperienza visivo-sensoriale-adrenalinica come dice Dan in chiusura del suo pezzo, sia come ironica strizzata d’occhio ed attento e scrupoloso omaggio a quei B-movies anni ’70 che sempre il Nostro ricordava…sono poi in linea con quanto detto nel post…per quanto riguarda la distribuzione all’americana o all’europea sono indeciso, sarei stato curioso di fruire del pacchetto originale, ma la seconda parte di “Death Proof” ho gradito che fosse inclusa nel film…(meno male non mi dilungavo, i vizi son duri a morire…)

    A voler essere pignolo, però, Daniele, sono d’accordo con Fede sulla necessità di un po’ di trama: ma non per forza per quanto riguarda il caso specifico, quanto parlando delle caratteristiche di una recensione in senso generale. Le trame non sono necessariamente dannose se non hai visto il film, basta saperle scrivere, con la coscienza di dove è giusto fermarsi e cosa è meglio dire o non dire: altrimenti puoi scrivere un pezzo d’opinione su un’opera singola, un regista, riflessioni sul cinema, sulla distribuzione o quant’altro, ma una recensione senza nessun riferimento alla trama può finire per essere mera critica che si ripiega su se stessa, elucubrazioni che possono essere pure legittime ma che non permettono obiettivamente a tutti di leggere utilmente l’articolo stesso. Questa è una MIA opinione personale, contestabilissima: lo dico perché l’ho scritta con un tono un po’ sentenzioso, ma non era l’intenzione…

    Giulio “BlaBlaBla”

  4. Sì, sì, capisco…ma infatti oltre al fatto che non mi piacciono, non so scriverle, quindi evito. Per le recensioni…boh, non era mia intenzione, io scrivo commenti e riflessioni, le recensioni le lascio a chi è capace (e io non le leggo, non mi interessano).
    Non è che voglio fare il sovversivo a tutti i costi, è che io di cinema non so nulla, quindi mi lascio andare ad un certo tipo di commento, che riflettono il mio modo di vedere e gradire un film!
    Quel che leggo di cinema, su una rivista online, è quanto di più si avvicina al mio modo di intendere lettura e scrittura, in generale, ma anche applicata al cinema.

    Vorrà dire che la prossima volta metto un link con la trama o la copio/incollo da qualche sito. Mica mi pagano, per scrivere qui, lo faccio perchè mi diverto, e solo se un film mi ispira certe riflessioni, sennò pazienza, non ci sono scadenze 🙂

    Comunque ringrazio per i consigli, ne terrò conto!

  5. Ma poi non capisco una cosa…la seconda parte di Death Proof non era inserita nella distribuzione americana? Cioè, l’ha girata apposta per l’Europa?
    Mi sembra strano.
    Federico poi dice che la versione europea è figlia dell’insuccesso del film in America…quindi mi viene da pensare che la seconda parte di Death Proof sia stata girata molto tempo dopo la prima…mi sembra assurdo!

    Comunque io sono davvero inviperito di fronte a questo scempio. Il doppiaggio, le traduzioni, ma perchè impoverire un film, l’interpretazione di un personaggio, la fatica di scrittori?

    Sono ancora in attesa di KILL BILL, per esempio, della versione giapponese, e di quella americana, tutte diverse dalla nostra. Non capisco.

    Mah.

    Dan

  6. Buona la prima parte, Troppo lunga la seconda (quasi addormentato durante il dialogo fiume al Pub tra le Girls).

    Avvitamento su sè stesso. Non cpaisco come mai nona bbia voluto proseguire la strada intrapresa (e bene) con jackie Brown.

    Kill Bill, pure bello, aveva già il sapore dell’arroccamento in Pompa Magna e con squilli di trombe sulle proprie posizioni. Qui non c’è neanche più bisogno della tromba ,l’arroccamento pare definitivo.

    Una scelta di ripiego. Quanto più coraggio, coi suoi limiti, nell’esordio americano di Wai.

  7. Capisco cosa intendi…Jackie Brown era bellissimo, Le Iene è stato un inizio sfolgorante, e Pulp Fiction il cult movie per eccellenza.
    Sembrava un ragazzo come tanti, amante del cinema e della rock music anni ’70. Pareva anche simpatico.
    Poi è partito per la tangente.

    Adesso Tarantino è un qualcosa di indefinito (e indefinibile), lascia libero di esprimersi il gene di malattia che si porta dietro e ormai evidente in ogni sguardo da psicopatico…però la sua è vera estetica del cinema, non solo dell’immagine, ma del cinema inteso come insieme di immagini, musica, dialoghi…e ancora ritmi, carrellate, espressioni…il tutto coeso da quella lucida follia che lo contraddistingue, che rende i suoi film uno sfavillante spettacolo del nulla.

    Trama, linearità…che palle.

  8. No,Dan,non richiedo trama o linearità ( e Inland allora???)

    Lamento che sia chiuso in una nicchia. Non nego che vi stia comodo,ma sempre nicchia è. Poco importa che abbia altra dimensione e grandezza di altre.

    Non Ajutano certe scelte fatte in veste di produttore (gli stupidi Hostel..)

    GRINDHOUSE è L-e-n-t-o. Non so se per deriva voluta o scelta programmatica, ma se la scena del primo gruppo di Girls al bar,pur lunga, è accettabile perchè sei ancora fresco, quella con la neozelandese stunt-woman nella seconda parte è realmente pesante . Poi anche lo schema Strage nel primo- Vendetta nel secondo.. dove è la Variatio Temporis? Dove è il caffè del marito di Bonnie? Dove è il Deposito di negri morti?

    OK che il passato non ritorna e bla bla, ma cerca altre strade che non passino dal farti vedere sempre con la Bouchet e la FEnech,dai, Quentin, fammi vedere qualcosa di nuovo..

  9. Grindhouse è lento se ti aspetti che accada qualcosa. Per me l’incidente in macchina alla fine della prima metà del film, è stato come risvegliarmi da un sogno…
    Ho particolarmente apprezzato la perfetta e geniale resa del semplice tempo che scorre, senza alcun avvenimento.
    Per me non è lento, non lo è soprattutto la prima metà, anzi, è un continuo sorprendermi con un dialogo serrato, una battuta, l’inquadratura di un piede e la camera veloce che si sposta sull’altro tavolo.
    E ancora gli shot di tequila e il Juke Box a scandire il tempo, come un metronomo.

    A livello di “fabula”, è una sequenza lenta, statica; a livello cinematografico, invece, sempre secondo il mio umile parere, è un tripudio di trovate geniali e frizzanti.

    Le nicchie sono il covo di ogni Autore, quella di Tarantino è particolarmente stretta ed eterea, me ne rendo conto. Io mi ci ritrovo a meraviglia, ma mi rendo conto che ci si aspetti qualcosa di diverso…

    Su Hostel non so, ho letto recensioni di pacata e tiepida soddisfazione, di una piena sufficienza, insomma, con qualche bell’idea non valorizzata fino in fondo. Non mi attirano, ma se capiterà non volgerò lo sguardo.


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