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L’approdo negli States di Wong Kar-Wai non poteva lasciarmi indifferente. E non poteva neppure lasciar”lo” indifferente.

Le atmosfere jazz e il volto (bellissimo) di una cantante accompagnano e seguono i titoli di coda, si spostano da New York a Memphis; cambia la musica, il volto è lo stesso.
Neanche il film è la solita (bellissima) musica: al silenzioso e lascivo background cinese si sostituisce l’America dei pub e dei diner, delle lunghe strade serpeggianti nel deserto, delle fiches tintinnanti sul panno verde di un tavolo da poker.
L’arte del regista, però, si piega anche ai volti occidentali, più scanzonati e luminosi, o intarsiati di una tristezza più ironica e una sensualità latente, e se dall’altro lato del bicchiere non c’è più il languido volto di una tenera, esplosiva Zhang Ziyi, stavolta abbiamo la dirompente femminilità di Rachel Weisz, volto in continuo tumulto e voce (assieme al titolo, il peggior lascito della resa italiana) acuta e tremante.

Non c’è più lo sguardo di Gong Li, scintilla nel bujo di una scalinata, o il suo viso perfetto rotto in due da una lacrima.
C’è una Natalie Portman ormai lanciata nell’interpretazione di ragazza attrice di sè stessa, che maschera la propria fragilità dietro un volto impetuoso e una fisicità aggressiva.
Proprio Natalie Portman e Rachel Weisz sono le protagoniste delle due microstorie del film (tanto care a Kar-Wai), sequenze quasi indipendenti, sufficienti a sè stesse (e allo spettatore per emozionarsi, ammirare, riflettere).
Lontani insomma dalla cupa saggezza dell’Asia remota, con volti belli d’una bellezza meno spirituale e più carnale, riusciamo a ritrovare lo splendore e l’unicità di fare cinema che caratterizza spesso l’Oriente, un’autorialità marcata che sta imponendosi come vero colosso (e corrente) cinematografico.

Se Ang Lee, nello splendido “Lussuria”, il vero capolavoro della scorsa stagione (disdicevolmente ignorato agli Oscar), ha portato in Cina la sua macchina da presa ormai “americanizzata”, Wong Kar-Wai è riuscito nell’impresa opposta, restare sè stesso in America, e raccontarla con la propria penna, i propri personaggi, la propria poetica.
Poetica fatta delle memorie dei protagonisti, del loro modo di vivere un amore drammatico, la lontananza. Un cinema fatto di piccole metafore, gradevoli carezze di una macchina da presa creativa e delicata, nel dolce cullarsi del loop delle luci e delle rotaje della metropolitana, il tenue gioco di colori e luci, l’affidare i ricordi a una chiave, ad una videocassetta, ad una cartolina, ad un’auto.
Di amore, per una volta, meno vissuto e più sussurrato, e ciò che era affidato agli sguardi in “In The Mood for Love”, è ora trasportato dalle parole: i racconti di Norah Jones, la mai banale saggezza di Jude Law. Anch’essi, e l’ho colpevolmente taciuto finora, autori di un’interpretazione dolce e commovente.

Un film che parla dell’America, si direbbe un’altra American (blueberry) pie, ma poi leggiamo il nome del regista, a mala pena riusciamo a pronunciarlo…ci rendiamo conto che i confini che avevamo delineato possono cadere, che possiamo ancora sorprenderci e uscire dal cinema allo stesso tempo stupiti e rassicurati, ma soprattutto commossi.
Perchè, come ci insegna il regista, non sempre aprendo una porta ci troviamo dietro quello che crediamo…
Ennesima pietra preziosa.

Dan

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3 Comments

  1. Lo vedrò a breve. Traduzione italiana del titolo da impiccagione.

  2. L’ho appena visto, veramente uno dei migliori. Non conoscevo il regista se non di nome e ancor meno il cinema asiatico, ma il film è notevole, non gli manca nulla. C’è tutto: amore, amicizia, ricerca, dipendenza… Norah che fa il suo debutto, questo sì che non poteva lasciarmi indifferente. Poi è bellissima…
    Posso biasimarti solo per non aver citato David Strathairn, che è molto bravo e ha anche un ruolo importante, caro Dan. Per il resto, sei un critico promettente. E non ti sto prendendo in giro!

  3. Bella la parte di Strathairn, non è stata un’omissione voluta…l’articolo è nato per sensazioni, senza la necessità di rivelare tutto, di spiegare tutto.
    Per questo c’è poco di promettente nel mio “criticare” i film, troppo poca disciplina 🙂
    Comunque grazie!
    E mi fa piacere che tu abbia gradito il film, ti consiglio anche gli altri perchè il cinema asiatico in generale, ma anche (e soprattutto) Wong Kar Wai in particolare, merita davvero.


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