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Monthly Archives: aprile 2008

Colmo di pregiudizi, e pronto a velarmi di tristezza di fronte alla decaduta di un regista che è stato fra i miei miti personali, e non solo fra i miei, ma ache e soprattutto di chi ama un certo modo di fare cinema, ho approcciato la visione di Grindhouse, quello frmato Tarantino, “A prova di morte”, recita il sottotitolo.

La prima impressione, mentre scorrevano i titoli di coda (molto 70s sweet 70s, come tutto il film, del resto), è stata che “a prova di morte” fosse il film stesso, non la macabra auto di Kurt Russel, anzi, a prova di “certificato di morte”, quello firmato con snob da tanti e troppo frettolosi “critici”.

Cominciamo con un piccolo preambolo, doloroso ma necessario. La localizzazione italiana, qualcosa di osceno, brutale, violento, ben più degli arti che volano nel film, delle sparatorie, degli incidenti mostrati nella pellicola.
Ormai è cosa risaputa, ma non da tutti forse: le grindhouse erano delle salette di periferia, che trasmettevano soprattutto b-movie e splatter, due film al prezzo di uno. Le pellicole arrivavano spesso rovinate, e le sale erano abbastanza squallide…il lavoro di Rodriguez e Tarantino aveva il sapore del revival: creare due film, resuscitando un genere ormai scomparso: dirigere due film da projettare insieme, graffiando e “trattando” la pellicola come se fosse davvero rovinata, adattando temi e colori a quelli dei bei tempi andati. E invece, in Italia, è stato diviso in due, mutilato. La sua stessa essenza, divorata dalle stesse persone che ce lo hanno portato. Inspiegabile e sadico comportamento. Questa, sì, è violenza gratuita.
Ecco come doveva arrivarci:

E’ un film (perchè è effettivamente un solo film) che parla del modo di vivere il cinema in certi luoghi, in certi momenti della storia recente americana…certi generi che a Tarantino hanno da sempre affascinato.
C’è il lavoro di un filologo, di un appassionato…di un Intellettuale vero, dietro Grindhouse. Recuperare un lato del cinema di genere andato perduto, conservarne lo spirito ma conferendogli dignità, impacchettandolo con la sua arte.

Molti considerano ormai Tarantino come una caricatura di e stesso, smarrito fra dialoghi sboccati, finzione e sangue reiterati, violenza gratuita, puro delirio citazionistico senza meta. Il trionfo dell’autoreferenzialità, la realizzazione su schermo dei propri feticci personali, noncurante degli spettatori in sala.
A parte il fatto che se il feticcio del regista spazia dall’amore incondizionato per le donne a quello per il rock anni ’70, da un amore sconfinato per il cinema ad una ridondanza ciclica e ipnotica di dialoghi, apparentemente solo volgari e inutili, ma in realtà studiati con cura maniacale, dai tempi alla scelta delle parole.
A parte questo, dicevo, quello che i critici di questo film, i più severi, hanno dimenticato, è che Tarantino nasce da spettatore, divorando i film della videoteca in cui lavorava.

Il suo modo di fare film ricorre, certo, ma le sue storie non sono semplice metacinema. C’è ricerca di una certa perfezione stilistica, una musicalità dei dialoghi, nei tempi, nelle squenze. Una linearità di fondo che, finalmente, si contrappone alla necessità, ormai, che tutti i registi trovano, di dover frammentare i film a tutti i costi. Tarantino era avanti, in questo, nel suo Pulp Fiction: quando ormai tutti sono finiti a calcare le sue forme, senza mai eguagliare il capolavoro del ’94, Tarantino è tornato a stilemi classici, sorprendendo nuovamente, a dare nuovo risalto ad un espressionismo visivo che sa di aria fresca: la prima metà del film è una piccola gemma per tutti gli amanti di puro intrattenimento cinefilo senza un traguardo da raggiungere, senza sottostare ai tempi di qualcun altro. E’ la libertà espressiva di Quentin che ogni volta mi lascia senza fiato, inserire una lap dance solo per il gusto di farlo, solo perchè hai Vanessa Ferlito a disposizione, e non valorizzarla sarebbe un peccato. Gli shot al pub, la pioggia che cade, i colori e le canzoni che scorrono nel Juke Box…tutto questo non è semplicemente autoreferenzialità…non è semplicemente imporre agli altri ai propri gusti, sperando che qualcuno non se ne esca con un “E chi se ne frega?”.
E’ piegare alla propria penna qualcosa di bello, ma un po’ tirato via, che c’era in certo cinema anni ’70.

E’ un ritorno al cinema come arte figurativa, come espressione sensoriale e visiva prima di tutto, che entra nella pelle, nelle ossa, con l’adrenalina che produce, l’emozione e l’ansia, il perdersi dietro i ragionamenti assurdi dei dialoghi delle ragazze, nell’ironia, senza doversi chiedere sempre e comunque “perchè?”.

Chiedersi “perchè?” rovina il cinema.

Dan

L’approdo negli States di Wong Kar-Wai non poteva lasciarmi indifferente. E non poteva neppure lasciar”lo” indifferente.

Le atmosfere jazz e il volto (bellissimo) di una cantante accompagnano e seguono i titoli di coda, si spostano da New York a Memphis; cambia la musica, il volto è lo stesso.
Neanche il film è la solita (bellissima) musica: al silenzioso e lascivo background cinese si sostituisce l’America dei pub e dei diner, delle lunghe strade serpeggianti nel deserto, delle fiches tintinnanti sul panno verde di un tavolo da poker.
L’arte del regista, però, si piega anche ai volti occidentali, più scanzonati e luminosi, o intarsiati di una tristezza più ironica e una sensualità latente, e se dall’altro lato del bicchiere non c’è più il languido volto di una tenera, esplosiva Zhang Ziyi, stavolta abbiamo la dirompente femminilità di Rachel Weisz, volto in continuo tumulto e voce (assieme al titolo, il peggior lascito della resa italiana) acuta e tremante.

Non c’è più lo sguardo di Gong Li, scintilla nel bujo di una scalinata, o il suo viso perfetto rotto in due da una lacrima.
C’è una Natalie Portman ormai lanciata nell’interpretazione di ragazza attrice di sè stessa, che maschera la propria fragilità dietro un volto impetuoso e una fisicità aggressiva.
Proprio Natalie Portman e Rachel Weisz sono le protagoniste delle due microstorie del film (tanto care a Kar-Wai), sequenze quasi indipendenti, sufficienti a sè stesse (e allo spettatore per emozionarsi, ammirare, riflettere).
Lontani insomma dalla cupa saggezza dell’Asia remota, con volti belli d’una bellezza meno spirituale e più carnale, riusciamo a ritrovare lo splendore e l’unicità di fare cinema che caratterizza spesso l’Oriente, un’autorialità marcata che sta imponendosi come vero colosso (e corrente) cinematografico.

Se Ang Lee, nello splendido “Lussuria”, il vero capolavoro della scorsa stagione (disdicevolmente ignorato agli Oscar), ha portato in Cina la sua macchina da presa ormai “americanizzata”, Wong Kar-Wai è riuscito nell’impresa opposta, restare sè stesso in America, e raccontarla con la propria penna, i propri personaggi, la propria poetica.
Poetica fatta delle memorie dei protagonisti, del loro modo di vivere un amore drammatico, la lontananza. Un cinema fatto di piccole metafore, gradevoli carezze di una macchina da presa creativa e delicata, nel dolce cullarsi del loop delle luci e delle rotaje della metropolitana, il tenue gioco di colori e luci, l’affidare i ricordi a una chiave, ad una videocassetta, ad una cartolina, ad un’auto.
Di amore, per una volta, meno vissuto e più sussurrato, e ciò che era affidato agli sguardi in “In The Mood for Love”, è ora trasportato dalle parole: i racconti di Norah Jones, la mai banale saggezza di Jude Law. Anch’essi, e l’ho colpevolmente taciuto finora, autori di un’interpretazione dolce e commovente.

Un film che parla dell’America, si direbbe un’altra American (blueberry) pie, ma poi leggiamo il nome del regista, a mala pena riusciamo a pronunciarlo…ci rendiamo conto che i confini che avevamo delineato possono cadere, che possiamo ancora sorprenderci e uscire dal cinema allo stesso tempo stupiti e rassicurati, ma soprattutto commossi.
Perchè, come ci insegna il regista, non sempre aprendo una porta ci troviamo dietro quello che crediamo…
Ennesima pietra preziosa.

Dan