Skip navigation

Monthly Archives: gennaio 2008

L’oriente è vasto, smisurato, ti puoi perdere nei suoi mille colori. E’ così che si firmano i registi dall’est, o almeno così che li riconosco.
Perso nell’incanto di Yimou, sbirciando all’interno della Città Proibita, sono gli ori e i rossi a colpirti, intensi come gli sguardi di Gong Li, insanguinati come una distesa di Crisantemi. C’è poi la tinta più cupa di Wong Kar Wai, più intrigante e decadente, meno variopinta, a colorare i suoi film sono i silenzi e i corpi che si scaldano.

E poi c’è Ang Lee…

Lust Caution

Ang Lee, Taiwanese di nascita, non dipinge la Cina come ci si aspetterebbe. I suoi colori sono più occidentali, americani come la vita che ha scelto, la scuola che ha frequentato.
Fosca e cupa, la sua Shanghai, piovosa, e all’oro si sostituiscono fresche e vive pennellate di grigi e azzurri belli come non mai.
Hong Kong invece è spettrale, impersonale, misteriosa quasi.
Parlo ovviamente del nuovissimo Lussuria, che fino a mezzanotte mi ha tenuto incollato alla poltrona di un cinema di Firenze…
Sì, a volte c’è bisogno di far strada per vedere un film con qualcuno, la vita è strana.

Ang Lee, comunque, dopo aver raccontato il suo continente d’origine nello spirituale e delicato “La tigre e il dragone”, torna alla Cina, stavolta di metà novecento, dove guerra e intrighi sconvolgono il Paese. Tra le più confortevoli mura di casa, però, quattro signore si divertono con le tessere del mahjong.

Più perverso di quanto sembra, questo ridere e ciarlare in compagnia mentre all’esterno si rischia la vita, forse perchè non solo all’esterno si combatte la guerra.

In una casa appartata, in un albergo, in un bordello giapponese, le due fazioni si sfiorano per un attimo, si prendono per mano, si graffiano.
Si guardano e si desiderano, in quello che sembra aver poco dell’amore, dall’interesse di lei, all’animal instinct di lui.

And the thing that gets to me
Is you’ll never really see
And the thing that freaks me out
Is I’ll always be in doubt

Quando però sei preso dalla quella passionale danza di corpi, e guardi concitato con ammirazione a come Lee ci racconta il sesso, anche se è un sesso brutale, è proprio allora che arriva quell’unico istante di ribellione, un grido che si perde nel silenzio, solo uno in più figlio della guerra, forse.

Eppure non è forse amore, quello che alla vista del diamante, le fa urlare “fuggi!”? Non è amore tradito, a scaturire in lui quella rabbiosa decisione finale?

Do you know you made me cry?
Do you know you made me die?

Bellissimo.

Dan

Annunci