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Aaahhh, in stallo da un mese, ma così non si può! E nemmeno a dire che, tra un esame di lingua e l’altro, non ho trovato il tempo di vedere film. Tutt’altro, anzi, visti in lingua originale, oltre che più godibili (nonostante abbiamo, in Italia, i migliori doppiatori del mondo), sono anche un ottimo strumento per apprendere la lingua.
Beh, certo, la parentesi Lynchiana non è mai sopita, tutt’altro, ma la (re)visione di Twin Peaks merita senz’altro un post a sè, più in là, qualcosa di magnifico, che renda merito a quest’opera straordinaria. Il miglior serial televisivo di sempre.
Eh sì, affermazione impegnativa.
Ma se, su MyMag, una simile provocazione (nemmeno poi tanto) ha dato vita ad una delle discussioni più lunghe e belle che si possano trovare in un forum, senz’altro interessantissima e ormai citata in ogni dove (quindi, necessariamente, anche qui), forse vale la pena di sbilanciarsi anche in questo caso.

Comunque, dicevo, il prossimo post su Lynch è ancora in gestazione, e oltre a Twin Peaks si è aggiunta la traumatica visione di Lost Highway.
Di cui parlerò, prima o poi, nonostante voglia dimenticarlo in fretta, per certi versi, mentre per altri ci sono veramente poche parole per descriverlo.
Ma insomma, sono queste le cose di cui è più bello parlare. Quelle che, insieme, ti fanno provare dolore, paura, tristezza, eppure anche godimento dei sensi, brividi, ma non d’angoscia, quanto di stupore sempre maggiore.
Che ti lasciano un po’ attonito, interdetto, come un sogno che finisce all’improvviso, come l’amore della tua vita che ti lascia per sempre, eppure hai dei bei ricordi.

Che servono, nonostante il dolore, perchè ne puoi scrivere. Tutto merita d’esser vissuto, se poi hai la forza e la voglia di scriverne, e questo vale anche per la visione di un film come Lost Highway, un po’ disturbante, un po’ sadicamente impuro, ma a tratti dolce.

Sì, Lost Highway, è un po’ il canto di una Sirena.

Non è solo questo, che ho visto. Mi sono anche rituffato in quello che è un genere che ormai va poco di moda, dimenticato. Anacronistico, quasi, nel linguaggio, nei personaggi, negli ambienti.
Negli ideali anche.

Ne è stato visto più d’uno. Si tratta del noir, by the way, ed è da lì che partì tutto, forse, o almeno è stata una delle mie prime esperienze davanti ad una tastiera ed uno schermo bianco, ed il cursore lampeggiante che irrita quasi quanto il ticchettìo di un orologio in sede d’esame.
Cioè tanto.

Mesi fa ho avuto occasione di vedere un film fantastico, bellissimo. Uno dei primi, se non il primissimo, lungometraggi di Stanley Kubrick: The Killing o, se preferite, Rapina a Mano Armata. Sì, perchè siamo una società evoluta, dicono, ma c’è ancora chi non sa l’inglese, e questo è considerato normale, e si continua a tradurre tutto, “ad minchiam”, per di più.

Vabbè, parentesi sociologica a parte, il film di Stanley è eccezionale, guardatelo, e se vi imbatterete nei Tarantiniani Le Iene (Reservoir Dogs, tsk) e Jackie Brown, forse potrete notare che qualcosa, al buon vecchio Kubrick, lo devono.

Questa celeste visione, comunque, è datata gennajo 2007. Non mi sento di dire di più prima di averlo rivisto. Ne devo vedere millanta, di film, eppure sento il dovere civico e morale di rivederne uno, a distanza di nemmeno troppo, per scriverne qui. Che uomo. Si sappia che lo rivedrò in inglese, così da giustificare l’azione.

Recentemente, invece, sono incappato in Slevin e Black Dahlia. Piacevoli, entrambi, molto carino il primo e decisamente bello il secondo, di De Palma, poi, regista incredibile, autore vero.
Quello che ho notato, è che i punti di forza del primo, sono essenzialmente le mancanze del secondo.
E un unico comune denominatore: Josh Hartnett. Sempre più convincente, per altro, e diciamocelo, sempre più figo.
Sì, la cura dei dialoghi, e una certa rimarcata ironia, rendono la visione di Slevin piacevole, fluida, e l’assurdità di certe situazioni mi ha fatto dubitare, in certi momenti, che non si trattasse di una parodia del canonico noir.
Sul genere, comunque, non v’è dubbio. Ambientazione metropolitana, facce scure e tanti morti forniscono ampie garanzie. E cast di tutto rispetto, va detto.
E ancora non ho deciso se l’avvenenza e la simpatia di Lucy Liu sono sufficienti a giustificarne la presenza, in un film dove la storia d’amore non era stata invitata.

Black Dahlia, invece, è per stomaci forti, niente di eccessivo, eh, ma due ore di apnea in una Los Angeles piuttosto cruda.
Poliziotti dall’anima del lottatore, femme fatale (una Scarlett poco convincente, secondo me, non mi prendete per misantropo, però…) e un bagno di sangue sono quello cui dovete prepararvi.
Le basi erano solide, il romanzo di Ellroy è un caposaldo della letteratura di genere.
Gli attori ispirati, senz’altro, chi più chi meno, ovviamente, e la sceneggiatura non fa mai acqua, così come la regia dalla marcata firma di De Palma.
Tutto visivamente molto bello. Quello che non mi ha convinto, oltre ad un finale cervellotico e al limite del grottesco, è che i dialoghi sono troppo scarni, laddove l’ambientazione può crearne di epici.
E la mancanza, totale, di humour. Non tanto, ne chiedevo. Ma sono due ore di passione, qualche situazione brillante e di cui sorridere sarebbe stata gradita, anche solo accennata. E invece si passa dall’autopsia di una ragazza dilaniata ad una terribile scena del delitto.

Niente di male, beninteso, ma preparatevi bene. Come direbbe Dale Cooper, un film nero “come una notte senza luna”.

Concludo questo post, che doveva essere un semplice interludio in un periodo di magra, e che invece si è trasformato di una grafotortura nei vostri confronti, dicendo che tutte le caratteristiche di cui sopra, tutti gli stilemi del noir, sono riassunti in quello che è uno dei miei film della vita.

E, paradossalmente, è la parodia del genere noir. “Chi ha incastrato Roger Rabbit“. L’avrete visto tutti, se non l’avete visto recuperatelo, se non è troppo tardi. Ci dev’essere qualcosa di infantile, ancora, dentro di voi, per apprezzarlo a pieno.
Io l’ho rivisto da poco, mi ha risvegliato le stesse sensazioni di quando la tv lo passava quando ero piccolo, o di quando, ostinatamente, inserivo l’ormai obsoleto vhs nel videoregistratore.

Bellissimo, divertentissimo. Cinico e dolce al tempo stesso. Jessica, Valiant, Roger…come potrò mai dimenticarvi?

Dan

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3 Comments

  1. Black dahlia…

    l’ ha rivisto ri recente my mother,ammiratrice di ellroy, e ne ha ricavato impressioni peggiori di quelle che ebbi io a settembre.
    Ha criticato hartnett,Johansson, Eckhaart.
    Salva la swank, che a me invece sembrava la meno in palla.

    -Non si capisce il perchè dell’ossessione di Bucky e di Blanchard, mi ha detto.

    Concordo con lei. Sì, è quello il grosso punto mancante, dove nel libro la relazione Blanchard-Kay lake ,il passato di lui, quello di Bucky venivano così bene esplorati.

    Come avrei voluto vederlo diretto da Fincher, prima che david, con successo, virasse su zodiac.
    per me Fincher er ail registaideale per Black dahlia.

    Chi altri?

    L’amato Lynch ,Aronofsky, Scorsese, forse un Bryan Singer che torni ad essere autore di film e non di Blockbuster.

    hartnett è molto bello, ma fatico ancora adesso a vederlo come pugile,sembra un boy scout finito per caso nella giungla, laddove Bucky questa giungla l’aveva respirata sin dall’infanzia, tedesco cattivo nel paese delle caramelle, di Louise Brooks, dei sogni-che-si-realizzano-se-non-li-realizzi.-non-vali-un-cazzo.

    Il personaggio migliore? la dalia stessa, mentre appare in bianco e nero, omaggio di De palma al cinema che ha amato in gioventù, in un tributo non così lontano da quello fatto da Scorsese con The Aviator. Negli intenti,non nei risultati.

  2. Sì, due ore piene di avvenimenti e poco spazio per la spiegazione. Probabilmente il romanzo di Ellroy, che non ho letto, non poteva essere tanto sintetizzato, se non lasciando molti dubbi e interrogativi a film fatto.
    Possiamo allora considerare Black Dahlia un omaggio, un completamento all’opera letteraria di Ellroy. Il tentativo di rivisitarne alcune situazioni, di dare un volto ai personaggi, di portarlo, comunque, su cinema, anche se era impossibile farlo in modo esaustivo.
    Un omaggio, forse.

    La trovata dei filmati della fu-Dalia è davvero geniale, uno dei punti di forza del film.
    Scoprirla, dopo che è morta, attraverso quelle brevi clip in bianco e nero, è davvero bello.

    Hartnett? Un viso ancora troppo pulito, e un fisico troppo asciutto per fare il pugile, per tenere in pugno la L.A. in cui si trova a vivere.
    Ma per me, già abbastanza convincente come attore.
    Non è Di Caprio, ma vi si può investire per il futuro, trovando il ruolo giusto.

    Chi altri avrebbe potuto dirigere questo film? Sì, senz’altro Fincher. Zodiac lo recupererò presto, ma comunque le atmosfere dark le sa senz’altro ricreare.
    Avrebbe forse dato un po’ di epica a un film bello ma senza sussulti.

  3. Epica, sì. Poco presente,mentre nel libro i momenti clou si sprecano.

    La preparazione al match, con Bucky che corre sulle colline di los Angeles. Ti pare di vederlo,quando “avrei dato tutto per un hamburger” . La scoperta del corpo. I tagli sulla schiena di kay.
    Le parti tagliate. Il viaggio a Tijuana, i colleghi corrotti, la scomparsa di Blanchard, l’agghiacciante viaggio nella casa dell’assassino, la descriizone del luogo del delitto coi brividi che ti assalgono.

    Brian è parso estetizzare il tutto, volere costruire un noir d’omaggio, levigando le asperità, abnteponendo, per molti versi, sogni e visioni proprie alla realtà della pagina scritta. macchiando ilt tuto solo con quello sparo in bocca.
    Che in realtà,nel libro non chiudeva un bel nulla.


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