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Monthly Archives: luglio 2007

Intervento brevissimo, impalpabile quasi, ma volevo lasciarvi un rapido commento sul film cinese di un pajo di sere fa… Innanzitutto, quella che è diventata il titolo di questo post, è una frase pronunciata durante le battute iniziali del film, e siccome chiaramente mi ci ritrovo, mi ha ben disposto alla visione della pellicola.
I presupposti erano i seguenti: nella sera del mio ultimo esame di luglio, e della vigilia del penultimo del mio compagno di sventure (ma non come lo intende Wong Kar Wai, il regista di questo film…), era stata approvata all’unanimità la visione di 2046, film che ci aveva attirati fin dalla sua uscita (2004), semplicemente a causa del titolo.
E’ un titolo figo, non si può negare.
E finalmente, dopo tempo, era stato recuperato al blockbuster. E Hallelujah! Sì, perchè adesso parte l’invettiva contro blockbuster, che sistematicamente mi nega la visione dei film di Lynch, non avendoli in catalogo.
Maledetti! Mi tocca comprarli su Amazon e vivere di stenti!

(e qui parte la querela, chiusura del blog ed esecuzione mediatica del sottoscritto…addio!)

Comunque, dicevo: 2046!

Ecco, decretato dalla critica come il successore ideale di In The Mood For Love, che non ho visto, ma che tutti mi dicono di recuperare (“Ti piacerebbe”), assistiamo un po’ ad un film che lascia abbastanza attoniti. Innanzitutto, la bella frase di cui sopra (titolo, frase…come sono superficiale…), poi quella che via via si rivela essere una sfilata delle donne più belle dell’oriente: Gong Li, la musa di Yimou, di cui tutti saprete e di cui tutto ammirate, poi la ragazzina terribile Zhang Ziyi, altra diletta di Yimou e che ricorderete volteggiare sui tetti ne La Tigre e Il Dragone…e infine una mia pupilla da tempo immemorabile (non esageriamo, sono ancora giovane): la dolce Faye Wong.

Di lei, che poi sarà il mio personaggio preferito nel film, dirò solo che ha interpretato Eyes on me, la theme song di Final Fantasy VIII, uno dei miei giochi della vita, nonchè la sua personalissima versione di Dreams, dei Cranberries (usata, sempre dal nostro Wong Kar Wai come colonna sonora di un altro suo film con la bella Faye: Chunking Express)…che forse è la mia canzone preferita! Non dico altro. Perchè sì, oltre ad essere bellissima e a recitare bene, canta anche da Dio.

Quello che invece lascia un po’ interdetti è il protagonista, un Arturo Bandini orientale (insomma, si è capito, film per me)…scrittore squattrinato che vive in una camera d’albergo di Hong Kong. La numero 2047. E da lì, in un inquieto mosaico temporale, con le tessere disposte disordinatamente, fa la conoscenza (in tutti i sensi) di coloro che si avvicendano nella camera 2046.
Un personaggio cinico (e un po’ sessuomane), che si contrappone alla dolcezza e in alcuni casi, alla tenera tristezza, delle ragazze che via via conosce…angeli cui affianca il volo, per poco, ma ai quali invariabilmente spezza le ali.

Nel corso della sua permanenza ad Hong Kong, comincerà la stesura di un romanzo di fantascienza, ambientato nel 2046. E dentro, c’è lui e le sue donne, in un viaggio a ritroso nel tempo, che coincide con separazioni e mille dubbi e domande.

Sicuramente mi è piaciuto molto. Strano e visionario quanto basta, originale e divertente, a tratti, ben meno ilare nella maggior parte dei casi. Ma intenso, questo sì, e quelle tre donne meravigliose, così diverse ma bravissime, tutte, danno al film una personalità e una forza che è la somma delle loro virtù.
Dalla decisione e lo sguardo che brucia (come dice il mio amico Raffaele, che la adora) di Gong Li, alla lasciva risata, giovane e intrigante, di Zhang Ziyi, un po’ Lolita, almeno all’inizio.
E infine, il gioco di sguardi e silenzi di Faye Wong, dal viso così romantico…

No, decisamente bello, intenso ma mai pesante… e sicuramente non è l’ultimo che vedrò di questo sorprendente regista.
Sa anche essere divertente, di quel riso che però lascia sempre l’amaro in bocca, perchè resta, di fondo, un velo di malinconia.
Ma è un film che, pur a suo modo, parla d’attimi di vita vissuta, e si sa, i ricordi sono sempre bagnati dalle lacrime…

Dan

Aaahhh, in stallo da un mese, ma così non si può! E nemmeno a dire che, tra un esame di lingua e l’altro, non ho trovato il tempo di vedere film. Tutt’altro, anzi, visti in lingua originale, oltre che più godibili (nonostante abbiamo, in Italia, i migliori doppiatori del mondo), sono anche un ottimo strumento per apprendere la lingua.
Beh, certo, la parentesi Lynchiana non è mai sopita, tutt’altro, ma la (re)visione di Twin Peaks merita senz’altro un post a sè, più in là, qualcosa di magnifico, che renda merito a quest’opera straordinaria. Il miglior serial televisivo di sempre.
Eh sì, affermazione impegnativa.
Ma se, su MyMag, una simile provocazione (nemmeno poi tanto) ha dato vita ad una delle discussioni più lunghe e belle che si possano trovare in un forum, senz’altro interessantissima e ormai citata in ogni dove (quindi, necessariamente, anche qui), forse vale la pena di sbilanciarsi anche in questo caso.

Comunque, dicevo, il prossimo post su Lynch è ancora in gestazione, e oltre a Twin Peaks si è aggiunta la traumatica visione di Lost Highway.
Di cui parlerò, prima o poi, nonostante voglia dimenticarlo in fretta, per certi versi, mentre per altri ci sono veramente poche parole per descriverlo.
Ma insomma, sono queste le cose di cui è più bello parlare. Quelle che, insieme, ti fanno provare dolore, paura, tristezza, eppure anche godimento dei sensi, brividi, ma non d’angoscia, quanto di stupore sempre maggiore.
Che ti lasciano un po’ attonito, interdetto, come un sogno che finisce all’improvviso, come l’amore della tua vita che ti lascia per sempre, eppure hai dei bei ricordi.

Che servono, nonostante il dolore, perchè ne puoi scrivere. Tutto merita d’esser vissuto, se poi hai la forza e la voglia di scriverne, e questo vale anche per la visione di un film come Lost Highway, un po’ disturbante, un po’ sadicamente impuro, ma a tratti dolce.

Sì, Lost Highway, è un po’ il canto di una Sirena.

Non è solo questo, che ho visto. Mi sono anche rituffato in quello che è un genere che ormai va poco di moda, dimenticato. Anacronistico, quasi, nel linguaggio, nei personaggi, negli ambienti.
Negli ideali anche.

Ne è stato visto più d’uno. Si tratta del noir, by the way, ed è da lì che partì tutto, forse, o almeno è stata una delle mie prime esperienze davanti ad una tastiera ed uno schermo bianco, ed il cursore lampeggiante che irrita quasi quanto il ticchettìo di un orologio in sede d’esame.
Cioè tanto.

Mesi fa ho avuto occasione di vedere un film fantastico, bellissimo. Uno dei primi, se non il primissimo, lungometraggi di Stanley Kubrick: The Killing o, se preferite, Rapina a Mano Armata. Sì, perchè siamo una società evoluta, dicono, ma c’è ancora chi non sa l’inglese, e questo è considerato normale, e si continua a tradurre tutto, “ad minchiam”, per di più.

Vabbè, parentesi sociologica a parte, il film di Stanley è eccezionale, guardatelo, e se vi imbatterete nei Tarantiniani Le Iene (Reservoir Dogs, tsk) e Jackie Brown, forse potrete notare che qualcosa, al buon vecchio Kubrick, lo devono.

Questa celeste visione, comunque, è datata gennajo 2007. Non mi sento di dire di più prima di averlo rivisto. Ne devo vedere millanta, di film, eppure sento il dovere civico e morale di rivederne uno, a distanza di nemmeno troppo, per scriverne qui. Che uomo. Si sappia che lo rivedrò in inglese, così da giustificare l’azione.

Recentemente, invece, sono incappato in Slevin e Black Dahlia. Piacevoli, entrambi, molto carino il primo e decisamente bello il secondo, di De Palma, poi, regista incredibile, autore vero.
Quello che ho notato, è che i punti di forza del primo, sono essenzialmente le mancanze del secondo.
E un unico comune denominatore: Josh Hartnett. Sempre più convincente, per altro, e diciamocelo, sempre più figo.
Sì, la cura dei dialoghi, e una certa rimarcata ironia, rendono la visione di Slevin piacevole, fluida, e l’assurdità di certe situazioni mi ha fatto dubitare, in certi momenti, che non si trattasse di una parodia del canonico noir.
Sul genere, comunque, non v’è dubbio. Ambientazione metropolitana, facce scure e tanti morti forniscono ampie garanzie. E cast di tutto rispetto, va detto.
E ancora non ho deciso se l’avvenenza e la simpatia di Lucy Liu sono sufficienti a giustificarne la presenza, in un film dove la storia d’amore non era stata invitata.

Black Dahlia, invece, è per stomaci forti, niente di eccessivo, eh, ma due ore di apnea in una Los Angeles piuttosto cruda.
Poliziotti dall’anima del lottatore, femme fatale (una Scarlett poco convincente, secondo me, non mi prendete per misantropo, però…) e un bagno di sangue sono quello cui dovete prepararvi.
Le basi erano solide, il romanzo di Ellroy è un caposaldo della letteratura di genere.
Gli attori ispirati, senz’altro, chi più chi meno, ovviamente, e la sceneggiatura non fa mai acqua, così come la regia dalla marcata firma di De Palma.
Tutto visivamente molto bello. Quello che non mi ha convinto, oltre ad un finale cervellotico e al limite del grottesco, è che i dialoghi sono troppo scarni, laddove l’ambientazione può crearne di epici.
E la mancanza, totale, di humour. Non tanto, ne chiedevo. Ma sono due ore di passione, qualche situazione brillante e di cui sorridere sarebbe stata gradita, anche solo accennata. E invece si passa dall’autopsia di una ragazza dilaniata ad una terribile scena del delitto.

Niente di male, beninteso, ma preparatevi bene. Come direbbe Dale Cooper, un film nero “come una notte senza luna”.

Concludo questo post, che doveva essere un semplice interludio in un periodo di magra, e che invece si è trasformato di una grafotortura nei vostri confronti, dicendo che tutte le caratteristiche di cui sopra, tutti gli stilemi del noir, sono riassunti in quello che è uno dei miei film della vita.

E, paradossalmente, è la parodia del genere noir. “Chi ha incastrato Roger Rabbit“. L’avrete visto tutti, se non l’avete visto recuperatelo, se non è troppo tardi. Ci dev’essere qualcosa di infantile, ancora, dentro di voi, per apprezzarlo a pieno.
Io l’ho rivisto da poco, mi ha risvegliato le stesse sensazioni di quando la tv lo passava quando ero piccolo, o di quando, ostinatamente, inserivo l’ormai obsoleto vhs nel videoregistratore.

Bellissimo, divertentissimo. Cinico e dolce al tempo stesso. Jessica, Valiant, Roger…come potrò mai dimenticarvi?

Dan