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Mulholland Drive è senz’altro una delle colonne portanti della mia crescita, della mia maturazione. Ma accanto a quelli che sono i pilastri portanti della formazione di una persona, possono esservi anche intarsi e orpelli, non fondamentali, forse, ma che contribuiscono a dare una propria fisionomia alla cultura che si ha.

Uno dei più recenti, che sembra non avere niente a che fare con il capolavoro lynchiano, ha comunque in Los Angeles la sua ambientazione; nell’onirico e la ricerca di sè stessi, i suoi contenuti chiave.

Forse non è un caso…

A Scanner Darkly” è il titolo di un romanzo di Philip K. Dick, che compie quest’anno il suo trentennale. Trent’anni, sono passati, roba vecchia, antica. Perchè aspettare tanto, per farne un film? E, soprattutto, ci sarà voluto l’anticaglie per trarne qualcosa di moderno, di intrigante. Beh, chi ha visto Blade Runner o qualsiasi altro film ispirato alle opere di Dick, non può dire niente di simile: atmosfere cult, situazioni cervellotiche all’inverosimile, temi mai superati.

Sembra di leggerci un trattato di sociologia, in ognuna di queste storie. E questa di cui vi parlo, non è da meno. Innanzitutto, scoraggiato dall’allucinante sproloquio di un Robert Downey Jr. quanto mai viscido e ambiguo, ho dovuto guardare il film in italiano. Beh, una localizzazione praticamente perfetta, che tocca il suo apice nella geniale traduzione del titolo: Un Oscuro Scrutare. Merito, per altro, dei traduttori del romanzo, ma tant’è…

Robert Downey Jr., dicevo, ma non è lui la star che spicca in questo film: Keanu Reevs, spalleggiato da Winona Ryder, è il protagonista di questo film. Un curriculum piuttosto corposo, quello di Reevs, eppure vi saprà spiazzare lo stesso: cosa c’è di diverso nella sua ennesima apparizione su schermo? Beh, se la sua interpretazione vi risulterà un attimino “ricca”, è grazie alla tecnica dell’interpolated rotoscoping, con cui è girato il film: un processo di animazione, aggiunto in post-produzione a scene girate in modo tradizionale.

Si può storcere il naso, forse, ma io l’ho trovato il più riuscito connubio fra i pregi dell’animazione digitale e la bravura espressiva degli attori in carne ed ossa.

Abbiamo appena il tempo di abituare l’occhio a queste immagini nuove, accattivanti, un po’ stranianti, forse, che siamo subito catapultati in sequenze che, volutamente, limano le differenze tra possibile e assurdo, tra finzione e realtà. Le visioni, le immagini che vediamo, non sono altro che l’effetto di una droga, la Sostanza M. E Keanu Reeves è Bob Arctor, infiltrato della narcotici presso un gruppo di tossici sbandati. Gli viene però assegnato uno strano compito: osservare uno dei componenti di questo gruppo, e incastrarlo: sè stesso.

La storia, è soprattutto quella della doppia identità di Arctor, che presto coinciderà con la schizofrenia che la droga stessa gli causa. Con un finale alla Dick, per cui non c’è da aspettarsi la classica conclusione fiabesca “E vissero tutti felici e contenti”.

Quello che conta, però, è come viene affrontato un problema come la droga, come viene reso su schermo, in un modo mai visto. Reeves incarna alla perfezione il personaggio del libro, occhi vacui, barba incolta, incedere insicuro. E chi lo accompagna in questa ora e mezzo di progressiva immersione in un mondo degradante, non è da meno. Il tutto, diretto da una mano innovativa, varia, sperimentale. Sulle fondamenta su cui poggia, c’è poco da dire: Dick ha praticamente inventato un genere, quello del cyberpunk, e ancora il cinema non è in grado, con tutte le più moderne tecnologie, di ricreare quelle atmosfere uniche.

Il tentativo di Linklater, però, è di primissimo piano. Un film passato un po’ inosservato, destinato ad un pubblico di nicchia. Ma non posso che consigliarlo, è bellissimo, fa riflettere, è senz’altro qualcosa di visivamente mai visto. Una gioja per gli occhi, lavoro serio per il cervello.

Altro che anticaglia…

Dan

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