Skip navigation

Oggi mi è stato chiesto di postare cose meno impersonali che fredde recensioni, che danno l’idea del blogger impiegatizio, anche quando fredde non sono.
Eppure, mica posso mettermi a raccontare la storia della mia vita, non così con leggerezza, almeno.
E allora per continuare a postare seguendo una passione, ma senza deludere un amico, ho deciso di continuare la mia avventura qui parlando di quello che è un po’ il mio film della vita:

Mulholland Drive non è il più noto film di David Lynch. Eppure, appena l’ho visto ho intuito che si trattava di qualcosa di unico, di terribilmente poetico. Un film che si propone di raccontare un sogno, già cosa difficile di suo. Ma non solo. Quella di Lynch è un’esperienza onirica creata così, razionalmente, e nonostante questo tutte le sensazioni dei sogni che abbiamo sono lì, le avvertono Naomi Watts e Laura Harring, e le avvertiamo noi.

Un sogno che, come esperienza puramente sensoriale, può essere osservato senza alcuna base, senza conoscere i personaggi. Ed è così che ho fatto io la prima volta che mi sono avvicinato a quest’opera: l’ho ammirato, vivendolo sotto l’aspetto sensoriale, senza neppure cercare di capire cos’è che l’ha generato. Ci sono molti siti internet, soprattutto in inglese, che narrano la storia di Diane Selwyn, che rimettono insieme e riassemblano le tracce che Lynch, via via, ci lascia durante tutto il film.

Io non farò la stessa cosa, è facile reperire tutto quello che si vuole semplicemente googlando il titolo del film. Non voglio rivelare nulla a chi ancora non ha visto questo film, solo spiegare come anch’esso parli un po’ di me. C’è una scena, in particolare, che mi ha fatto star male, quasi fisicamente: Diane ha finalmente raggiunto la villa del regista di un film in cui la ragazza che ama (Camilla) recita. Giungono, mano nella mano, alla piscina, e insieme entrano e si siedono per la cena.

E’ una lunga scena in cui Diane racconta come si sono conosciute, di come il sogno di diventare attrice sia svanito a causa di un regista che non l’apprezzava, di come nonostante questo sia diventata amica (e poi amante) dell’altra candidaa allo stesso ruolo. E mentre, esternandolo, ripercorre nella sua testa tutti i momenti dell’innamoramento, della gelosia, della rinuncia, per Amore, al quale sarcasticamente brindano sia Camilla che il regista del film, quest’ultimi annunciano a tutti i presenti che si stanno per sposare.

Diane si accorge che l’amore che prova non è più ricambiato, vive i baci e i sorrisi della nuova coppi divorata da una gelosia folle, e tutto questo senza poter dire niente, senza poter far niente. Spaziando con lo sguardo fin dove arriva, soffermandosi per un istante sui volti dei presenti, sconosciuti, che però rimarranno impressi nella memoria. La disillusione e l’umiliazione sono tanto forti da diventare il momento della sua vita che non potrà mai più dimenticare. Quei volti, quei baci, quella sensazione di disagio e di abbandono, di solitudine, quel desiderio di protezione che prova in quegli attimi saranno parte di lei, per sempre.

La reazione è violenta. Il ricordo di quando assisteva, impotente, alla nascita di questo nuovo amore, la tormenta, divora quasi, e decidere di far uccidere Camilla è quasi inevitabile, una ferocia figlia di quella che ha subito, però, una vita per una vita, si potrebbe dire. Il patto è fatto, e una chiave blu che troneggia sul tavolo della sua casa, in seguito, confermerà l’avvenuto omicidio. E’ questo il momento in cui Diane si addormenta.

Il sogno di Diane è come tanti che, in situazioni simili (oddio, dino a un certo punto) ho avuto anch’io. Si tratta di una rielaborazione della realtà: i volti che ha visto alla cena sono presenti tutti, ognuno con un ruolo diverso da quello che ha nella realtà. E’ una ricostruzione irrazionale, ma scavando nell’inconscio di Diane possiamo riuscire a spiegare quasi tutto.

Il rimorso, nel tentativo di nascondere i soldi, quelli che aveva pagato per far assassinare Camilla, la vergogna della propria esistenza e il conseguente cambio di identità nel sogno. Non più Diane Selwy, ma una fresca e dolce Bett appena giunta a Los Angeles con il sogno del cinema, così come Diane all’inizio della sua storia. E così il tradimento, l’amore saffico, e l’ingiusta assegnazione del ruolo di protagonista in un film, dettato da forze maggiori.

Una volta sveglia, da quella misteriosa scatola blu (il ricordo? il rimorso?) uscirà il burrascoso passato della ragazza, fantasmi di sofferenze e di abusi passati, che la porteranno alla pazzia, e infine, alla morte. Abusi passati per anni sotto silenzio.

Silencio. La scena del teatro, così in bilico tra sogno e realtà, è una delle sequenze più inquietanti e suggestive che abbia mai visto su schermo. Questa volta è il passato di Diane a farle visita: non più i recenti battibecchi con Camilla, ma la sua infanzia. Una donna donna dai capelli blu che guarda, impassibile, un uomo terribile che si muove sul palco, sovvertendo tutti i concetti di finzione e realtà, prima di scomparire in un ghigno mefistofelico. Personaggi che ricordano a Diane la brutalità dello zio con cui ha vissuto e che ha abusato di lei, e l’indifferenza con cui la zia ha affrontato la cosa. E non è un caso che la scena erotica che Diane ricostruisce nel sogno sia con un’altra donna, dove tutto è meno violento, meno invasivo, dettato soltanto dai sentimenti. E non è un caso che sia proprio lei a volerlo e a “guidare”, delle due…

I sogni rivelano molto, molto di quello che ci ha davvero segnati, che ci ha fatto soffrire. Nascondo sempre un pizzico di dolore o di paura, e qualcosa che non sembra logico ma che una sua logica ce l’ha. Bisogna solo scavare nei ricordi, nel passato, per ritrovarvi la nostra storia, per avere anche un po’ di quella verità su noi stessi che da svegli non siamo sempre in grado di vedere. Nel sogno di Diane ritroviamo tutto, e anche senza conoscere la sua storia, senza sapere perchè Los Angeles, perchè quei volti, i temi della sua vita li possiamo intuire tutti. Uno ad uno. No, nemmeno nel sogno si riesce a fuggire da ciò che ci tormenta, e la giovane Betty ne è la prova: per quanto cerchi di correggere quel che non va nella vita di colei che la sta sognando, che le ha dato vita, ritrova (nel teatro) tutto quello da cui stava fuggendo.

Ed inesorabilmente ci si sveglia, e si è di nuovo sè stessi, e si deve affrontare i fantasmi.

La storia è a grandi linee questa. Lynch però ha dei meriti che a fatica riesco a spiegare. Quello che a lui riesce, in questo film, è di farci vivere da svegli un’esperienza onirica, conservandone tutte quelle imprecisioni, sbavature e discordanze che solo una mente addormentata è in grado di concepire. Molto di quello che si vede in questo film mi ha lasciato senza fiato per una questione semplicemente visiva: chi non rabbrividirebbe nella Los Angeles surreale, scura e desolata fuori dal club Silencio? poi, scoprendo di più sui personaggi ho capito quanto vicino mi fosse questo film, quanto raccontasse un po’ anche la mia vita, soprattutto alcune sensazioni provate in momenti particolari, neppure troppo lontano nel tempo.

Ma basta l’idea incredibile di farci vivere un sogno a strabiliarmi, a spingermi a consigliarne a chiunque la visione. Senza la pretesa di capire tutto, senza voler a tutti costi dare un “perchè” a tutto. Semplicemente immergendovisi e, se ne avrete bisogno, come me, llorando

Dan

Annunci

One Comment

  1. Che splendida analisi,che mescola esperienze personali ed impressioni proprie,su questo capolavoro del MAESTRO…la grandezza di Lynch sta nello scavare nel nostro inconscio. I suoi film,come certe pellicole di pochi altri, inquietano perchè titrano fuori i veri FANTASMI DENTRO. i genitori di naomi watts, il modo in cui la macchina da presa sottolinea i loro sorrisi da squali mentre sono sul taxi, Coppia Borghese omicida americana…proprio i genitori,che alla fine, cannibalizzeranno la figlia…Ci sono scene di maestria immensa, il dialogo col Cowboy,il mitico provino per l’assegnazione dele parti, la musica di badalamenti,i richiami/omaggi a Twin peaks, la voglia di fare puro,puro cinema, liberi dagli impacci della razionalità a tutti i costi, della spiegazione a dogni costo, per riassaporare la pura emozione della visione, della percezione sensoriale che è il fondamento del cinema. Mulholland Drive è un veliero che imboca a vele spiegate la via dell’inconscio,del sublime,del “di dentro”. Un Capolavoro assoluto.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: