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Donne e poliziotti non legano mai. E quando si incrociano, per un attimo, il viso dolce di Jacqueline Bisset, e quello duro, occhi di ghiaccio, di Steve McQueen, le parole della bella attrice inglese non sono che un altro sparo nel vuoto, solo un altro proiettile nella giornata dell’imperturbabile tenente Frank Bullit.

Frank Bullit, duro come il metallo del guscio dei proiettili, che il suo nome tanto ricorda (agli anglofoni 🙂 ).
Tenente della polizia di San Francisco, di poche parole, essenziale. Un’interpretazione, quella di McQueen, che è ciò cui il film gira intorno. Difficile concepire Bullit, poliziesco del 1968, con un’altra fisionomia. No, è una storia scandita dai suoi sguardi, in cerca di un volto, dalle sue poche parole. I tempi del film sono i suoi: la trama si svela a poco a poco, seguendo le intuizioni di Bullit, e i nostri occhi si soffermano solo dove si posano i suoi.

E intorno a lui? Quella di Bullit è una storia come tante, ma raccontata in modo diverso. Un passaggio obbligato da quei gangster movie da cui eredita gli stilemi, e i film d’azione dei giorni d’oggi, quelli un po’ più tesi e ragionati, quelli che chiamiamo thriller.
Eppure si distacca da entrambi.
I larghi viali di Los Angeles e le fredde e innevate location newyorchesi lasciano il posto agli assolati viali di San Francisco, tra salite e discese che percorriamo in macchina accanto a Frank, in una delle più famose scene di inseguimento del cinema di quei tempi.
E anche qui, le pause e le accelerazioni sono quelle di McQueen, 9 minuti di curve, sbandate e colpi di fucile, che riflettono l’andamento dell’intero film: il poliziotto che da preda cerca di diventare cacciatore, e un finale amaro che lo trova da solo di fronte a sè stesso.

“Senta Chalmers, sia detto una volta per sempre. Lei mi è antipatico.”

E Chalmers è il grande Robert Vaughn, che sei anni prima era proprio al fianco di McQueen a difendere un villaggio del Far West, nei Magnifici Sette. Una coppia che valeva davvero la pena di riunire.

Ma diversamente dal pistolero che interpretava in quella storica pellicola, il nostro non è il classico eroe senza macchia. La legge che rappresenta è quella della polizia, ma i mezzi sono i suoi, rude e solitario.
E’ solo, è umano, forte, ma anche lui attanagliato dal dubbio. Il dubbio che i suoi umori ne abbiano influenzato le decisioni.

E’ solo alla fine, quando neppure le parole di Cathy o i volti dei cadaveri lungo il cammino sembrano averlo scalfito, che lo riscopriamo eroe romantico, in un confronto con sè stesso che lascia senza fiato, e che non ha risposta, se non nelle note jazz che accolgono i titoli di coda, in quello sguardo che un piccolo specchio ci restituisce, forse privo di quella impenetrabile sicurezza che ci aveva conquistati.

Sul film: è un avvincente intrigo poliziesco dell’America anni ’60, tra scambi di persona, inseguimenti e (poche) sparatorie. E un finale duro, freddo come un distintivo.
Senza voler dire altro, nè svelare la trama, spero abbiate la possibilità di recuperare questo film poco conosciuto, forse, ma dalla personalità forte, quella di colui che ci guarda dalla locandina, capace di regalare due ore di puro godimento di celluloide.

Dan

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