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Monthly Archives: maggio 2007

Quando mi sono avvicinato a John Fante, e in particolare a Chiedi alla Polvere, l’ho fatto per motivi di dubbia moralità letteraria. A volte leggi un libro per conoscere qualcun altro, e invece ci ritrovi dentro te stesso, e allora cominciano i problemi. Cominci ad amare incondizionatamente ogni singola parola che esce dalla penna di un autore, cominci a leggere di Arturo Bandini e piano piano vi leggi il tuo nome…

E’ andata così. Scrittore squattrinato e un po’ mitomane, inconcludente e incoerente, amante della scrittura e della poesia a tal punto da vivere su carta, spesso, quello che non riesce a fare, per sfortuna o mancanza di coraggio, nella vita reale.
Perfetto. Mi si spia.

Arturo Bandini è passionale, è italiano ma vorrebbe essere americano. Vorrebbe chiamarsi John Jones, vorrebbe non dover chiedere credito al salumiere per avere qualcosa da mangiare. E le uova. Dio quanto odia le uova.
Questo però è il primo Bandini: Chiedi alla Polvere è ancora lontano, qui è ancora 14enne, nel primo romanzo della saga, Aspetta Primavera, Bandini. C’è tutto John Fante, qui, l’immigrazione, l’infanzia difficile…e un desiderio di riscatto di rivivere tutto. Ci riesce Bandini, fra una religiosità sofferta e i suoi amori, veri o immaginati. Che differenza c’è?
D’altronde, la corrispondenza d’amorosi sensi è cosa per pochi.

Solo 14 anni, e già si intravede quest’anima turbolenta, questo trasporto, questa inclinazione così naturale alla rabbia, al riso, alle lacrime.
Il tutto dipinto da un inchiostro che brucia, letteralmente, consuma tutto in poche pagine, in poche righe. Nuovi sentimenti si fanno sempre strada, nuove situazioni, al limite del grottesco. Si ride, si rimane un po’ sbigottiti, ci si commuove anche.

Ma tutto ad una velocità pazzesca. Perchè i ritratti non sono che segni forti, decisi, le storie si consumano come la fiamma di una candela. Anzi, di più, è il fuoco del camino, è l’incendio di una foresta.
Crescerà, Bandini, andrà a Los Angeles. Le tentazioni lo circondano, il fuoco continua a bruciare vivido. E il tutto assume forme nuove, perchè è lui a narrarle, lui a trasformarle nelle pagine di un romanzo, in una lettera al suo editore.
Impulsivo Bandini, non possiamo che simpatizzare per te.

Egoista e superficiale, piaci così alle donne, e loro piacciono a te, ma quella è la fiamma che più di ogni altra arde in gran segreto nelle pagine di Bandini, nella vita è tutto più difficile. Dispettoso, irritante Bandini. Vorrebbero cambiarti, non capiscono che tu sei uno scrittore, un artista, che le ami a tuo modo.

A volte muoiono, Bandini, anzi, praticamente sempre. Che sfiga.

Gli Omero sopravvivono, invece, loro devono raccontare, devono scrivere, devono trasformare la vita in poesia. Poco importa, alla gente, se sei cieco e ne hai soltanto ascoltato il racconto. Poco importa, Bandini, se ti odiano perchè sei povero, se ti prendono in giro, se ti lasciano solo, se anche sul letto di morte dicono di amare un altro.

Pazienza, Bandini, alcuni nascono per vivere, altri per raccontare. Ti aspetta Hollywood, Bandini, dove le tue sceneggiature saranno un successo. Ti aspetta un posto negli scaffali delle biblioteche, alla lettera “B”. Ti aspetteranno, forse, altre illusioni e altre delusioni. Altri sogni, fuori dalla finestra di Bunker Hill…

Quanto sei ingenuo, Bandini.

Dan

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Mulholland Drive è senz’altro una delle colonne portanti della mia crescita, della mia maturazione. Ma accanto a quelli che sono i pilastri portanti della formazione di una persona, possono esservi anche intarsi e orpelli, non fondamentali, forse, ma che contribuiscono a dare una propria fisionomia alla cultura che si ha.

Uno dei più recenti, che sembra non avere niente a che fare con il capolavoro lynchiano, ha comunque in Los Angeles la sua ambientazione; nell’onirico e la ricerca di sè stessi, i suoi contenuti chiave.

Forse non è un caso…

A Scanner Darkly” è il titolo di un romanzo di Philip K. Dick, che compie quest’anno il suo trentennale. Trent’anni, sono passati, roba vecchia, antica. Perchè aspettare tanto, per farne un film? E, soprattutto, ci sarà voluto l’anticaglie per trarne qualcosa di moderno, di intrigante. Beh, chi ha visto Blade Runner o qualsiasi altro film ispirato alle opere di Dick, non può dire niente di simile: atmosfere cult, situazioni cervellotiche all’inverosimile, temi mai superati.

Sembra di leggerci un trattato di sociologia, in ognuna di queste storie. E questa di cui vi parlo, non è da meno. Innanzitutto, scoraggiato dall’allucinante sproloquio di un Robert Downey Jr. quanto mai viscido e ambiguo, ho dovuto guardare il film in italiano. Beh, una localizzazione praticamente perfetta, che tocca il suo apice nella geniale traduzione del titolo: Un Oscuro Scrutare. Merito, per altro, dei traduttori del romanzo, ma tant’è…

Robert Downey Jr., dicevo, ma non è lui la star che spicca in questo film: Keanu Reevs, spalleggiato da Winona Ryder, è il protagonista di questo film. Un curriculum piuttosto corposo, quello di Reevs, eppure vi saprà spiazzare lo stesso: cosa c’è di diverso nella sua ennesima apparizione su schermo? Beh, se la sua interpretazione vi risulterà un attimino “ricca”, è grazie alla tecnica dell’interpolated rotoscoping, con cui è girato il film: un processo di animazione, aggiunto in post-produzione a scene girate in modo tradizionale.

Si può storcere il naso, forse, ma io l’ho trovato il più riuscito connubio fra i pregi dell’animazione digitale e la bravura espressiva degli attori in carne ed ossa.

Abbiamo appena il tempo di abituare l’occhio a queste immagini nuove, accattivanti, un po’ stranianti, forse, che siamo subito catapultati in sequenze che, volutamente, limano le differenze tra possibile e assurdo, tra finzione e realtà. Le visioni, le immagini che vediamo, non sono altro che l’effetto di una droga, la Sostanza M. E Keanu Reeves è Bob Arctor, infiltrato della narcotici presso un gruppo di tossici sbandati. Gli viene però assegnato uno strano compito: osservare uno dei componenti di questo gruppo, e incastrarlo: sè stesso.

La storia, è soprattutto quella della doppia identità di Arctor, che presto coinciderà con la schizofrenia che la droga stessa gli causa. Con un finale alla Dick, per cui non c’è da aspettarsi la classica conclusione fiabesca “E vissero tutti felici e contenti”.

Quello che conta, però, è come viene affrontato un problema come la droga, come viene reso su schermo, in un modo mai visto. Reeves incarna alla perfezione il personaggio del libro, occhi vacui, barba incolta, incedere insicuro. E chi lo accompagna in questa ora e mezzo di progressiva immersione in un mondo degradante, non è da meno. Il tutto, diretto da una mano innovativa, varia, sperimentale. Sulle fondamenta su cui poggia, c’è poco da dire: Dick ha praticamente inventato un genere, quello del cyberpunk, e ancora il cinema non è in grado, con tutte le più moderne tecnologie, di ricreare quelle atmosfere uniche.

Il tentativo di Linklater, però, è di primissimo piano. Un film passato un po’ inosservato, destinato ad un pubblico di nicchia. Ma non posso che consigliarlo, è bellissimo, fa riflettere, è senz’altro qualcosa di visivamente mai visto. Una gioja per gli occhi, lavoro serio per il cervello.

Altro che anticaglia…

Dan

Oggi mi è stato chiesto di postare cose meno impersonali che fredde recensioni, che danno l’idea del blogger impiegatizio, anche quando fredde non sono.
Eppure, mica posso mettermi a raccontare la storia della mia vita, non così con leggerezza, almeno.
E allora per continuare a postare seguendo una passione, ma senza deludere un amico, ho deciso di continuare la mia avventura qui parlando di quello che è un po’ il mio film della vita:

Mulholland Drive non è il più noto film di David Lynch. Eppure, appena l’ho visto ho intuito che si trattava di qualcosa di unico, di terribilmente poetico. Un film che si propone di raccontare un sogno, già cosa difficile di suo. Ma non solo. Quella di Lynch è un’esperienza onirica creata così, razionalmente, e nonostante questo tutte le sensazioni dei sogni che abbiamo sono lì, le avvertono Naomi Watts e Laura Harring, e le avvertiamo noi.

Un sogno che, come esperienza puramente sensoriale, può essere osservato senza alcuna base, senza conoscere i personaggi. Ed è così che ho fatto io la prima volta che mi sono avvicinato a quest’opera: l’ho ammirato, vivendolo sotto l’aspetto sensoriale, senza neppure cercare di capire cos’è che l’ha generato. Ci sono molti siti internet, soprattutto in inglese, che narrano la storia di Diane Selwyn, che rimettono insieme e riassemblano le tracce che Lynch, via via, ci lascia durante tutto il film.

Io non farò la stessa cosa, è facile reperire tutto quello che si vuole semplicemente googlando il titolo del film. Non voglio rivelare nulla a chi ancora non ha visto questo film, solo spiegare come anch’esso parli un po’ di me. C’è una scena, in particolare, che mi ha fatto star male, quasi fisicamente: Diane ha finalmente raggiunto la villa del regista di un film in cui la ragazza che ama (Camilla) recita. Giungono, mano nella mano, alla piscina, e insieme entrano e si siedono per la cena.

E’ una lunga scena in cui Diane racconta come si sono conosciute, di come il sogno di diventare attrice sia svanito a causa di un regista che non l’apprezzava, di come nonostante questo sia diventata amica (e poi amante) dell’altra candidaa allo stesso ruolo. E mentre, esternandolo, ripercorre nella sua testa tutti i momenti dell’innamoramento, della gelosia, della rinuncia, per Amore, al quale sarcasticamente brindano sia Camilla che il regista del film, quest’ultimi annunciano a tutti i presenti che si stanno per sposare.

Diane si accorge che l’amore che prova non è più ricambiato, vive i baci e i sorrisi della nuova coppi divorata da una gelosia folle, e tutto questo senza poter dire niente, senza poter far niente. Spaziando con lo sguardo fin dove arriva, soffermandosi per un istante sui volti dei presenti, sconosciuti, che però rimarranno impressi nella memoria. La disillusione e l’umiliazione sono tanto forti da diventare il momento della sua vita che non potrà mai più dimenticare. Quei volti, quei baci, quella sensazione di disagio e di abbandono, di solitudine, quel desiderio di protezione che prova in quegli attimi saranno parte di lei, per sempre.

La reazione è violenta. Il ricordo di quando assisteva, impotente, alla nascita di questo nuovo amore, la tormenta, divora quasi, e decidere di far uccidere Camilla è quasi inevitabile, una ferocia figlia di quella che ha subito, però, una vita per una vita, si potrebbe dire. Il patto è fatto, e una chiave blu che troneggia sul tavolo della sua casa, in seguito, confermerà l’avvenuto omicidio. E’ questo il momento in cui Diane si addormenta.

Il sogno di Diane è come tanti che, in situazioni simili (oddio, dino a un certo punto) ho avuto anch’io. Si tratta di una rielaborazione della realtà: i volti che ha visto alla cena sono presenti tutti, ognuno con un ruolo diverso da quello che ha nella realtà. E’ una ricostruzione irrazionale, ma scavando nell’inconscio di Diane possiamo riuscire a spiegare quasi tutto.

Il rimorso, nel tentativo di nascondere i soldi, quelli che aveva pagato per far assassinare Camilla, la vergogna della propria esistenza e il conseguente cambio di identità nel sogno. Non più Diane Selwy, ma una fresca e dolce Bett appena giunta a Los Angeles con il sogno del cinema, così come Diane all’inizio della sua storia. E così il tradimento, l’amore saffico, e l’ingiusta assegnazione del ruolo di protagonista in un film, dettato da forze maggiori.

Una volta sveglia, da quella misteriosa scatola blu (il ricordo? il rimorso?) uscirà il burrascoso passato della ragazza, fantasmi di sofferenze e di abusi passati, che la porteranno alla pazzia, e infine, alla morte. Abusi passati per anni sotto silenzio.

Silencio. La scena del teatro, così in bilico tra sogno e realtà, è una delle sequenze più inquietanti e suggestive che abbia mai visto su schermo. Questa volta è il passato di Diane a farle visita: non più i recenti battibecchi con Camilla, ma la sua infanzia. Una donna donna dai capelli blu che guarda, impassibile, un uomo terribile che si muove sul palco, sovvertendo tutti i concetti di finzione e realtà, prima di scomparire in un ghigno mefistofelico. Personaggi che ricordano a Diane la brutalità dello zio con cui ha vissuto e che ha abusato di lei, e l’indifferenza con cui la zia ha affrontato la cosa. E non è un caso che la scena erotica che Diane ricostruisce nel sogno sia con un’altra donna, dove tutto è meno violento, meno invasivo, dettato soltanto dai sentimenti. E non è un caso che sia proprio lei a volerlo e a “guidare”, delle due…

I sogni rivelano molto, molto di quello che ci ha davvero segnati, che ci ha fatto soffrire. Nascondo sempre un pizzico di dolore o di paura, e qualcosa che non sembra logico ma che una sua logica ce l’ha. Bisogna solo scavare nei ricordi, nel passato, per ritrovarvi la nostra storia, per avere anche un po’ di quella verità su noi stessi che da svegli non siamo sempre in grado di vedere. Nel sogno di Diane ritroviamo tutto, e anche senza conoscere la sua storia, senza sapere perchè Los Angeles, perchè quei volti, i temi della sua vita li possiamo intuire tutti. Uno ad uno. No, nemmeno nel sogno si riesce a fuggire da ciò che ci tormenta, e la giovane Betty ne è la prova: per quanto cerchi di correggere quel che non va nella vita di colei che la sta sognando, che le ha dato vita, ritrova (nel teatro) tutto quello da cui stava fuggendo.

Ed inesorabilmente ci si sveglia, e si è di nuovo sè stessi, e si deve affrontare i fantasmi.

La storia è a grandi linee questa. Lynch però ha dei meriti che a fatica riesco a spiegare. Quello che a lui riesce, in questo film, è di farci vivere da svegli un’esperienza onirica, conservandone tutte quelle imprecisioni, sbavature e discordanze che solo una mente addormentata è in grado di concepire. Molto di quello che si vede in questo film mi ha lasciato senza fiato per una questione semplicemente visiva: chi non rabbrividirebbe nella Los Angeles surreale, scura e desolata fuori dal club Silencio? poi, scoprendo di più sui personaggi ho capito quanto vicino mi fosse questo film, quanto raccontasse un po’ anche la mia vita, soprattutto alcune sensazioni provate in momenti particolari, neppure troppo lontano nel tempo.

Ma basta l’idea incredibile di farci vivere un sogno a strabiliarmi, a spingermi a consigliarne a chiunque la visione. Senza la pretesa di capire tutto, senza voler a tutti costi dare un “perchè” a tutto. Semplicemente immergendovisi e, se ne avrete bisogno, come me, llorando

Dan